
Lo spettacolo racconta questa storia. Una storia che sembra una favola, ma che invece è realmente accaduta. È una storia che appartiene al passato ma che affronta tematiche senza tempo. Ci parla della natura in continua trasformazione e degli uomini che si contendono la terra con le armi.
L’attenzione su Ferdinandea è ancora viva oggi. Dalla metà dell’Ottocento l’isola ha continuato a muoversi, facendo sperare a tratti in una sua riemersione e puntualmente gli uomini sono stati pronti ad aspettarla. Perfino nel 2002 quando, a seguito di un’attività sismica nella zona di Ferdinandea, sommozzatori italiani hanno piantato, per evitare nuove dispute internazionali, un tricolore sulla cima dell’isola di cui si aspettava la riemersione.
Una coproduzione Associazione Artemista e Associazione Peppino Sarina
Con Marzia Alati e Elisa Pifferi
Testo e pupazzi Walter Canedoli
Regia e musiche originali Mauro Buttafava
Milleottocentotrentuno. Nel Mar Mediterraneo si affaccia una nuova isola. È piuttosto piccola, costituita da roccia lavica, poco stabile e soggetta a continua erosione, ma è pur sempre una nuova porzione di terra per le potenze europee alla continua ricerca di territori da conquistare. Scienziati, geologi e pittori vengono inviati per studiare e descrivere la nuova meta. Poi è la volta dei diplomatici e dei militari. Carteggi intercorrono fra Francia, Inghilterra e Regno delle Due Sicilie. Quest’ultimo reclama la sua supremazia sull’isola essendo questa nata nelle acque siciliane. Ma di sovranità nazionale allora ancora non si parlava…E con le lettere partono le navi, le flotte militari si schierano in prossimità dell’isola. Ognuno la rivendica, ognuno le attribuisce un nome diverso.
Quando ormai i cannoni sono pronti a sparare tutto si ferma. È l’isola che torna sott’acqua.
La coproduzione nasce dall’idea di far incontrare due tecniche e due linguaggi all’interno di un unico spettacolo che sia il frutto di una collaborazione tra due associazioni e le relative esperienze artistiche.
In scena ci sono due giovani attrici che hanno lavorato a costruire un linguaggio comune a partire dall’acquisizione delle competenze specifiche di ciascuna: il teatro di figura e il teatro d’attore. Il percorso è stato accompagnato e condiviso da professionisti del settore.
In scena sono presenti pupazzi in gomma piuma, burattini in legno e in carta pesta, oggetti scenici realizzati con diversi materiali (reti, tubi, alluminio) creati dal gruppo di lavoro.
Un particolare aspetto riguarda la recitazione che viene influenzata dall’animazione portando l’attore ad utilizzare le fattezze e le movenze dei burattini.
È stata inoltre costruita una struttura auto-portante di 6 m x 3 m profonda 2,25 m che funge sia da baracca sia da teatro e che permette l’utilizzo di un linguaggio misto tra animazione e recitazione.
Lo spettacolo è pensato per essere rappresentato anche in luoghi non teatrali, grazie alla struttura sopra descritta.
Attraverso un lavoro che unisce la componente popolare dell’uso dei burattini e dei pupazzi alla ricerca teatrale e la sperimentazione sui linguaggi espressivi si intende raggiungere tipologie di pubblico diversificate. Lo spettacolo si rivolge a tutte le fasce d’età.